Tra YouTube e teatro, Roberto Mercadini e l’arte di “dare un senso alle cose”

Narratore e autore trascinante, poliedrico e sempre originale, Roberto Mercadini si racconta alla redazione di càmaga in occasione del suo ultimo spettacolo sulle parole, con un’anticipazione: un libro sulla bomba atomica, per parlare delle insidie del linguaggio

Di Marco Lagna

Comincio con una provocazione. Sei su YouTube, soprattutto in teatro, ma sei anche autore di romanzi. Che lavoro fai esattamente?

Faccio tutte queste cose. Che apparentemente sono diverse perché scrivere è diverso da recitare e scrivere una poesia è diverso da scrivere un romanzo, ma per me sono facce diverse dello stesso poliedro, organi dello stesso corpo.

Personalmente ti ho conosciuto tramite YouTube, dove hai un canale che nell’ultimo anno è cresciuto tantissimo e adesso è arrivato a oltre 60.000 iscritti. Come vivi la tua presenza in rete e la notorietà che ne deriva?

Guarda, per molto tempo ho avuto un certo seguito in Romagna, nella zona di Cesena, di Forlì e di Rimini, con le persone che mi salutavano e mi fermavano per strada. E fuori dalla Romagna ero completamente sconosciuto. Quindi adesso che vedo le persone che mi riconoscono e mi fermano per strada anche a Roma, Milano, Firenze o Genova, l’effetto immediato che ho è che in giro per l’Italia ci siano un sacco di immigrati di Cesena (ride). E penso: strano, ma non ha l’accento!

Ma anche altri creator su YouTube – penso a Barbascura che è un chimico o a Wesa di Wesachannel (con cui hai fatto da poco uno spettacolo) – riescono a spostare persone dalla rete al teatro. C’è un pubblico, trasversale, che al di là del contenuto specifico apprezza molto un certo tipo linguaggio. E cioè il parlare di tematiche culturali con un approccio rigoroso ma non accademico, accattivante e pop, o come nel tuo caso, narrativo e letterario. Cosa ne pensi del rapporto tra narrazione e divulgazione?

Quello che faccio somiglia per certi versi alla divulgazione, ma con tre differenze. Prima cosa: un divulgatore vero è uno che conosce l’argomento, uno specialista. Barbascura è un chimico, come Dario Bressanini. Quando non fanno divulgazione vanno a lavorare in un laboratorio. Io, che non sono un divulgatore, anche se parlo di chimica, non posso entrare in laboratorio, come il fatto che io parli di botanica non significa certo che posso andare a lavorare con dei botanici! Di quel che racconto, so quasi solo quello che racconto (ma racconto quasi tutto quello che so).

Però, e questa è la seconda differenza, quando racconto non mi limito – cioè non mi può bastare – trasmettere delle informazioni. Uso quelle informazioni come pretesto per fare del teatro, cioè per commuovere le persone o per farle divertire, come la maschera che ride e quella che piange sono un po’ il simbolo del teatro. Questo è qualcosa che non si richiede a un divulgatore. Nessuno chiede ad Alberto Angela di farlo ridere o piangere: lui ti spiega delle cose e piuttosto tu gli sei grato perché finalmente sai qualcosa che non sapevi o hai capito una cosa che prima non capivi.

E l’altra differenza?

L’altra differenza è che io tento di dare un senso alle cose, cioè racconto una storia, narro un fatto e poi in modo anche arbitrario, perché no, tento di far diventare questa cosa ragione di una condotta. Ad esempio: ti parlo della mela, ti dico delle cose che sono vere da un punto di vista botanico e agricolo, poi però ti dico qual è l’insegnamento che potremmo trarre dalla mela. Dire il senso delle cose è tipico della letteratura! Se prendi le favole di Esopo, che sono la forma più umile di letteratura, lui ti racconta una storiella e poi alla fine ti dice “O mythos deloi oti…”, cioè “Il racconto vuol dire che…” e in una-due righe ti dice che senso ha quel racconto.

La morale…

Sì, la morale della favola. Che per me è poi la giustificazione del fatto che ti ho raccontato quella cosa. Perché ti racconto quella storia? Lo faccio perché ha un senso, ti può aiutare, far capire delle cose, ti può indirizzare, magari anche illuminare. In questo trovo la giustificazione per averti tenuto lì ad ascoltarmi, per aver usato il tuo tempo.

L’esigenza e la facoltà di raccontare attraverso il linguaggio ci accomunano tutti. Ma il linguaggio può anche essere divisivo. Quant’è importante capirsi, mettersi d’accordo sul significato delle parole?

Be’, molto. Da banali incomprensioni possono nascere malintesi terribili: Wittgenstein diceva che “Non esistono problemi filosofici ma solo incomprensioni grammaticali”. E su questo sto proprio scrivendo un libro. Parla della bomba atomica, ma in realtà è un libro sul linguaggio, in cui mostro quanto può essere insidioso, quanto si possono male interpretare le parole e come una frase può avere un doppio significato, nell’inconsapevolezza della stessa persona che l’ha pronunciata. Cerco di mostrare il disastro che si può causare con le incomprensioni, con l’ambiguità del senso.

Proprio questa ambiguità permette anche un tipo di comunicazione molto dura, oggi molto usata, che cerca di impressionare e di trascinare invece che spiegare. Pensi ci sia un rimedio?

Quello a cui ti riferisci è l’uso che possiamo definire “retorico” del linguaggio, a cui si può rispondere solo con la poesia. E cioè con un amore per la parola che porta a un linguaggio con la funzione opposta della retorica, che vuole comunicare invece che manovrare e che tenta di rinnovare il linguaggio invece che sclerotizzarlo o renderlo stereotipato. È proprio una forza opposta alla tendenza attuale e penso che un’educazione alla poesia sarebbe una specie di antidoto alla retorica.

Se per assurdo potessi scegliere solo un’ultima storia da poter raccontare, quale sarebbe?

Il mio testamento spirituale? La storia del ritrovamento del più antico fossile di Homo Erectus, che era una donna ed è stato chiamato KNM-ER 1808!

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