Il fallimento del governo Conte nel caso Ilva

Dopo una serie di accuse reciproche tra il Governo e ArcerolMittal si è riaperta la trattativa sul caso Ilva, ma non è chiaro se si riuscirà ad arrivare a un accordo o solo ad arginare perdite annunciate

di Marco Lagna

Il 29 novembre a Taranto, in occasione del quarto appuntamento del Friday for future, accanto agli studenti sono scesi in piazza anche i sindacati di base del siderurgico tarantino e in generale molti lavoratori dell’ex-Ilva, per chiedere una soluzione definitiva alla questione ArcerolMittal. Proprio loro, infatti, sono oggetto della trattativa riaperta tra la multinazionale franco-indiana e il Governo: si discute dell’avvio di un nuovo piano industriale che prevedrebbe –  condizione dell’azienda – il licenziamento di 5.000 dipendenti, circa la metà dei dipendenti attuali dell’impianto. Ma come si è arrivati a questa situazione?

I sindacati di base in manifestazione per le strade di Taranto

La decisione unilaterale di ArcerolMittal e l’immobilismo del Governo

Alla decisione di ArcerolMittal di spegnere gli impianti presentata il 15 novembre al Tribunale di Milano, i toni di risposta delle istituzioni sono stati aspri, tra accuse di scarsa responsabilità e l’apertura di indagini a carico dell’azienda. I commissari dell’ex-Ilva hanno risposto sostenendo che l’argomento dello scudo penale è di fatto una scusa per coprire la volontà politica (quindi dolosa) di chiudere l’impianto di Taranto, secondo uno schema consolidato di assorbimento e neutralizzazione dei poli concorrenti. Nel frattempo, le Procure di Milano e Taranto indagano l’azienda per false comunicazioni e reati fallimentari e per il mancato pagamento dei creditori dell’indotto. In gioco ci sarebbero anche presunte appropriazioni indebite di materiale dal magazzino e del suo mancato rifornimento, situazione che di fatto bloccherebbe la produzione anche con gli altoforni in funzione.

L’impianto siderurgico di Hunedoara, in Transilvania, in cui i dipendenti sono scesi da oltre 20mila a circa 700 dopo l’acquisizione da parte di ArcerolMittal nel 2003

La revoca dello scudo penale e la crisi del mercato siderurgico

Quello che non si sottolinea abbastanza è che in effetti da parte dello Stato ci sono stati poca trasparenza e il mancato rispetto degli accordi presi. L’immunità penale per le possibili conseguenze della gestione dell’ex-Ilva rientrava tra le condizioni di garanzia del contratto di affitto dell’impianto, in un’ottica di riqualificazione ambientale e di riavvio della produzione. Invece, lo scudo penale è stato abolito con il decreto legge 101/2019: questo, semplicemente definito un “errore del governo”, fa sì che il polo di Taranto sia ulteriormente difficile da gestire e quindi rappresenti un investimento rischioso per una multinazionale la cui propria ragion d’essere è il profitto.

Il Governo non ha considerato la profondissima crisi del mercato siderurgico europeo, che ha subito una fase recessiva ancora più grave dal periodo di firma degli accordi con la multinazionale. Due dati significativi: la stessa ArcerolMittal, quotata in borsa, ha visto scendere il valore dei propri titoli dagli oltre 30 euro di inizio 2018 ai meno 15 di oggi, mentre nello stesso periodo il prezzo a tonnellata del colis a caldo, il principale prodotto dell’ex-Ilva, è calato da 550 a 400 euro a tonnellata.

In tutta Europa, infatti, il problema è l’eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda effettiva, confermando un trend generale: anche altri poli siderurgici europei sono soggetti a chiusura definitiva o a forte ridimensionamento della produzione, come accaduto a Thyssenkrupp e British Steel. I motivi sono vari, dal calo di produzione dell’industria automobilistica tedesca del 20% (che ha ridotto complessivamente la domanda di acciaio) ai dazi decisi da Trump (che dirottano in Europa l’acciaio prodotto da Turchia e Cina, intasando ulteriormente il mercato).

La trattativa riaperta e chi ne subirà le conseguenze

Le indagini a carico di ArcerolMittal hanno avuto l’effetto di sospendere la chiusura dell’altoforno e di ottenere la garanzia dei pagamenti arretrati dell’azienda ai creditori. Ma, se la magistratura e i toni duri del Governo hanno apparentemente bloccato la ritirata dell’impresa franco-indiana, di fatto la trattativa ripartita è tutta sbilanciata a favore della multinazionale. Le condizioni per il riavvio dell’impianto sono durissime – oltre i 5.000 esuberi, l’azienda è orientata a un ridimensionamento della produzione – e l’intervento dello Stato sembrerebbe essersi esaurito nell’esercizio del potere giudiziario. L’aver mostrato i denti senza intraprendere sin da subito un cammino ragionato ha messo in evidenza che, nel caso in cui fallissero gli accordi, a perdere davvero sarebbero l’economia italiana nella sua interezza – ex-Ilva pesa circa l’1,5 % del Pil nazionale – e in particolare le comunità tarantina e pugliese con migliaia di nuovi disoccupati.

Ma a uscirne perdente è prima di tutto il Governo, che con questa politica prima muscolare e poi attendista ha messo in evidenza la propria incapacità di trovare una soluzione ai problemi complessi che riguardano il futuro del Paese. Si tratta della stessa mancanza di visione di medio-lungo termine con cui è stata affrontata la questione Alitalia, dal futuro ancora incerto, e con cui si stanno discutendo le posizioni italiane verso il Mes (e quindi i rapporti con l’Europa).

 Leggi anche: Biochar, idrogeno e forni elettrici per rendere sostenibile l’industria dell’acciaio

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