Pensieri al femminile: qualche spunto per riflettere

C’è qualcuno? Ci sentite? Sophie, Laura, Fatima, Dolores, Shamela, Paola, Alejandra sono i nomi di tutte le donne che subiscono una violenza, sposano il silenzio e si nascondono sotto sguardi assenti. Vi racconto delle storie, tinte di rosso e di nero, più comuni, presenti e vicine di quanto pensiate

di Erminia Ettore

Storie

Sophie ha paura di lasciare la sua dimora. È stata strattonata e schiaffeggiata più volte per motivi ignoti dallo stesso sconosciuto, sotto il portone di casa.

Laura è stata colpita con pugni e calci dall’ex fidanzato. Ha lasciato il suo lavoro perché si vergognava degli ematomi sul corpo. Oggi soffre di una forte ansia. 

Fatima ha ventidue anni, si è trasferita in Italia da poco e si occupa della casa e dei suoi due figli, mentre il compagno consuma birra al bar sotto casa. Ha subìto diverse violenze domestiche e durante l’ultima gravidanza il suo partner l’ha colpita in fronte con una scarpa, poi con l’altra. 

Dolores vive nel quartiere Barona di Milano e tutti giorni alle cinque del mattino prepara la colazione per le sorelle e il fidanzato. Le finestre della sua abitazione sono rigorosamente chiuse e non le è permesso lasciare il suo monolocale. È segregata in casa da un anno. 

A Shamela è stato vietato di uscire con gli amici per molto tempo. Ha provato a scappare più volte. Un giorno il marito l’ha stuprata e bruciata viva. Perché? Gli aveva disobbedito. 

Paola ha finito il liceo lo scorso giugno. Durante l’estate ha lavorato presso un pub della provincia di Bergamo, il suo datore di lavoro ogni giorno alla stessa ora per tre mesi le ha legato i polsi e l’ha stuprata.

Alejandra ha cambiato quattro cellulari perché il ragazzo è ossessionato che lei possa tradirlo. Oggi hanno il profilo Instagram in comune e il rumore degli schiaffi, che scandisce la sua giornata, è forte se lei mette like al post sbagliato

Poi ci sono i casi mediatici, dei quali vi hanno già parlato illustri giornalisti, cineasti, scrittori e documentaristi. Come vi sentite? Provo a dirvi come mi sento io. Quando ho digerito questi racconti, alcuni letti, altri sentiti dalle voci tremanti delle vittime, ho deciso di scrivere di questo argomento senza riportare numeri, statistiche, casi memorabili perché la quantità non prendesse la meglio sul tema. Senza dover nemmeno citare necessariamente la Convenzione di Istanbul del 2011, o il “Codice rosso” in vigore dal 9 agosto 2019 e i centri di accoglienza e sostegno. Oppure avrei potuto continuare a specchiarmi contro il muro, impalata. Perché… Se non ti metti nei panni di una donna, non puoi sentire le gocce di sudore lungo i fianchi quando un uomo la provoca perché indossa una minigonna. Non puoi provare l’imbarazzo di voler nasconderti dinanzi agli sguardi di colui il quale vede solo un pezzo di carne. Perché la violenza non è solo quella fisica e sessuale, è anche quella psicologica, quella verbale. Quella di tutti i giorni. Di tutti i quartieri. Di tutti i ceti sociali. Di tutti i paesi. Quella che, impaurite, ci fa restare in silenzio al posto di gridare che così non va bene. Dunque, al posto di rimanere con lo sguardo fisso al muro, l’ho spostato sullo schermo e il motore di ricerca più famoso al mondo ha risposto ad alcune riflessioni. Perché se ne parla poco, ma se ne legge troppo e male. 

La pubblicità

Le campagne pubblicitarie, per esempio, veicolano lo stesso messaggio, mostrano gli stessi lividi e sono esposte agli occhi del mondo solo durante la settimana calda in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il 26 novembre, il giorno dopo, lo spazio pubblicitario viene occupato da un’altra campagna.

C’è davvero un tempo limitato per un messaggio così urgente e attuale? La risposta è no. 

Il sangue, i lividi, le escoriazioni non sono più un tabù. I film ci hanno insegnato a guardare la violenza, seppur in modo fittizio, così com’è, senza sconti. I libri a immaginarla. I telegiornali a investigarla. Perché i luminari della pubblicità ci mostrano ancora foto crudeli e imperativi scontati? Le persone non si fanno più impressionare da questi contenuti, piuttosto vorrebbero subire messaggi forti in grado di far cambiare idea e di sperare che dietro una buona associazione, oltre a un buon copywriter, ci sia un aiuto concreto nella fase più difficile di un abuso. Il post-trauma. 

Parole

Se ci soffermiamo a pensare un attimo al lessico, tutto quello che leggiamo o ascoltiamo sull’argomento ha come protagoniste le seguenti parole: stupro, violenza domesticaabuso sessuale, violenza psicologicaviolenza sessuale

Se a pronunciarle è il carnefice, invece hanno questo suono: 

  • Ovvio che ti molestano, guarda come ti vesti
  • Balli così per provocare
  • Te la sei cercata
  • Puttana
  • Vai in giro sola alle tre di notte, ecco cosa ti succede
  • Sei mia. Solo mia
  • Se ti licenzi, ti vengo a prendere a casa
  • Domani incontro con il cliente, mettiti bella scollata
  • Lasciami e ti ammazzo 

Questo è il risultato dopo aver guardato le cose dall’altro lato. 

A tal proposito durante la cerimonia inaugurale del David di Donatello del 2018, Paola Cortellesi ha tenuto un monologo scritto da Stefano Bartezzaghi. Quest’ultimo è uno scrittore, giornalista e celebre enigmista, che ha dedicato un suo scritto all’elenco delle ingiustizie verbali ovvero le parole che al maschile hanno un’accezione neutra e declinate al femminile diventano un luogo comune: la mignotta. Ecco alcuni esempi. 

Un uomo di strada, una donna di strada. 

Un cortigiano, una cortigiana.

Un massaggiatore. Una massaggiatrice.

Uno squillo. Una squillo.

Un gatto morto. Una gatta morta.

Uno zoccolo. Una zoccola.

Le parole sono pietre. Oltre ad essere il titolo di un libro di Carlo Levi. È il titolo che ho pensato per un altro video nel quale si pronunciano le frasi discriminatorie sopracitate.

Fine

Sophie, Laura, Fatima, Dolores, Paola e Alejandra adesso sono sei donne libere.  Hanno urlato forte il loro nome e hanno chiesto aiuto. 

Sophie, Laura, Fatima, Dolores, Paola e Alejandra non hanno più paura di guardare negli occhi gli uomini. 

C’è qualcuno? Ci sentite? 

 

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