Aumentano i giornalisti uccisi, +20% nei Paesi in pace

Altri due giornalisti morti in Indonesia per aver svelato una maxi coltivazione illegale di palme da olio. Salgono del 20% le uccisioni di giornalisti negli ultimi 5 anni e spyware sempre più progrediti minacciano la loro sicurezza

di Caterina Conserva

Pochissimi giorni fa, Maraden Sianipar e Martua Siregar sono stati assassinati a Sumatra, nella piantagione illegale di palme da olio su cui stavano conducendo un’inchiesta giornalistica. Grazie al loro lavoro hanno portato alla luce l’illegale attività di deforestazione di oltre 750 ettari di foresta pluviale, messa in atto da una società locale – la Sab –, specializzata nella produzione di olio di palma. Ebbene, i due giornalisti sono stati uccisi con un machete, durante un incontro sul posto con i vertici della società e i residenti della zona, in veste di attivisti e mediatori. Le indagini sono ancora in corso, ma un testimone ha affermato di aver visto le guardie della piantagione sorvegliare l’area armate appunto di machete. L’Indonesia, purtroppo, sta diventando un sempre più pericoloso per i giornalisti, come segnalato dal World Press Freedom Index 2019.

I giornalisti indonesiani Maraden Sianipar e Martua Siregar

Un fenomeno mondiale

Nemici, promulgatori di falsità, intellettuali spocchiosi. La retorica del potere populista riduce il ruolo dei giornalisti a meri servi dell’establishment o in alternativa, nei governi meno democratici, a fastidiosi ficcanaso da eliminare. L’ostilità nei confronti dei giornalisti espressa dai leader politici ha scatenato in molti Paesi atti di violenza e intimidazione sempre più gravi e frequenti che hanno alimentato livelli senza precedenti di paura e pericolo. Un po’ come quando l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini minacciava di togliere la scorta a Roberto Saviano per via dei suoi articoli, delle sue dichiarazioni antileghiste e antisalviniane su social e tv.

Il 2 novembre si è celebrata la Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, in occasione della quale l’Unesco ha pubblicato un rapporto che rileva non solo che le uccisioni dei giornalisti sono aumentate negli ultimi 5 anni quasi del 20%, ma, soprattutto, che si verificano sempre più nei contesti di “pace” e non solo in teatri di guerra come un tempo. A questo triste scenario si aggiunge il dato che quasi il 90% dei responsabili delle 1.109 morti avvenute dal 2006 a oggi è rimasto impunito.

Quest’anno la ricorrenza assumeva un’importanza particolare per i 2 anni dalla morte della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017 da una bomba piazzata nella sua auto. Grazie al suo lavoro, Daphne ha svelato i legami dei politici maltesi Konrad Mizzi e Keith Schembri nei Panama Papers e l’intero sistema politico corrotto su cui ha continuato a investigare fino al suo ultimo giorno.

Sorte simile è toccata anche al giovane giornalista slovacco Jan Kuciak, che tra l’altro aveva collaborato all’inchiesta dei Panama Papers, ma poi si è principalmente concentrato sui rapporti tra il governo slovacco e la ‘Ndrangheta. Il suo omicidio, commesso il 22 febbraio 2018, è il primo caso del genere in Slovacchia e ha avuto una risonanza tale da costringere il Primo Ministro e altri membri del governo a dimettersi. La vicenda di Kuciak e quella di Caruana Galizia hanno riportato l’attenzione di tutta l’Unione Europea sulla distanza sempre maggiore tra potere politico e ricerca della verità, in Paesi democratici dove la libertà di espressione dovrebbe avere valenza costituzionale.

Jan Kuciak e Martina Kusnirova, entrambi assassinati il 22 febbraio 2018. Foto BBC

Attacchi online, sicurezza a rischio

Attraverso l’uso dei social network e delle più fini tecnologie adibite allo spionaggio, oggi per gli attivisti dei diritti umani e per molti giornalisti che rischiano la propria vita essere rintracciati è più semplice. Un recente scandalo che ha coinvolto Whatsapp fa luce sull’utilizzo del software-spia Pegasus, messo a punto dalla società israeliana Nso Group, che ha preso di mira almeno 1.400 tra giornalisti, dissidenti politici e attivisti per i diritti umani di oltre 20 Paesi nel mondo.

Il sistema è stato denunciato dai vertici di Whatsapp a fine ottobre, che hanno accusato la società israeliana di aver sfruttato una “vulnerabilità” dell’app di messaggistica in uno dei suoi ultimi aggiornamenti. In particolare gli attacchi sfruttavano le videochiamate come ponte con l’utente finale per acquisire messaggi, contatti, email, cronologia delle ricerche e posizione Gps.

Nella denuncia si legge che per raggiungere i bersagli sono stati creati profili falsi utilizzando numeri israeliani, svedesi e brasiliani.

La sicurezza di migliaia di giornalisti e attivisti spesso dipende proprio dalla cifratura delle loro comunicazioni, che può significare la vita o la morte in regimi totalitari come nel caso di molti Paesi arabi. È quanto accaduto al giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, ucciso nell’ambasciata saudita a Istanbul, un anno fa, intercettato da uno spyware molto simile a Pegasus. Kashoggi aveva posizioni molto critiche nei confronti del principe saudita Mohammed bin Salman ed è stato una voce importante a sostegno del cambiamento democratico del suo Paese. Purtroppo il suo omicidio non è ancora stato risolto. Nonostante l’indagine condotta dalle Nazioni Unite, non sono stati individuati i mandanti della sua morte, ma i sospetti ricadono su alcuni alti funzionari del governo saudita.

Jamal Khashoggi, Istanbul, Turkey, 6 maggio 2018. Photo: Omar Shagaleh/Anadolu Agency/Getty Images

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