Il ragazzo dell’ultimo banco

di Caterina Conserva

Al Piccolo Teatro Studio Melato si è appena conclusa la messa in scena dell’opera di Juan Mayorga nell’adattamento di Jacopo Gassmann, Il ragazzo dell’ultimo banco.

Scuola superiore, il classico ragazzo invisibile prende a consegnare temi “a puntate” al suo professore di letteratura nei quali descrive nel dettaglio la famiglia di un suo compagno di classe. Il professore legge i testi del giovane assieme a sua moglie, gallerista d’arte contemporanea sul lastrico. Il ragazzo incalza il vecchio, mostrandogli caparbietà, dimestichezza con le parole e bravura nell’addentrarsi nella vita di quelle persone, solo per poterle deridere con la sua penna, per avere un soggetto. Ma quanto di vero dica non si sa, non è necessario saperlo. Ciò che conta in fondo è che il giovane Claudio prosegua nel racconto, che ci dica ancora qualcosa di quella donna annoiata sul divano “dall’inconfondibile odore della classe media”, di suo marito e dei suoi affari e dei suoi soci, del figlio, suo compagno, Rafa, a cui Claudio cerca di insegnare i numeri immaginari, delle partite di basket il sabato, della loro insignificante vita qualunque.

Giusto e sbagliato, si fanno strada con le insinuazioni della moglie del professore, che vuole portare la questione sul piano etico. Senza tale personaggio i due protagonisti continuerebbero senza intoppi a raccontare la “storia”, ma Mayorga evidentemente vuole che lo spettatore resti su due piani e si chieda, è giusto entrare in questo modo nelle vite degli altri con un fine creativo? è giusto anche solo immaginarlo?

Il professore diventa l’editor del ragazzo, assieme a cui compiamo un viaggio letterario tra i grandi autori dei libri che gli vengono prestati per studiare e apprendere gli stili e i segreti di scrittura. Tolstoj, Dostoevskij, Fitzgerald, Joyce. Meglio studiare o si rischia di diventare redattori di cataloghi d’arte contemporanea, l’esilio di artisti senza talento e scrittori corrotti.

Il finale è drammaturgia sciolta, gli attori immobili danno voce ai dialoghi senza compiere azioni. La narrazione si decompone, lo spettatore diventa lettore e a ritmo cadenzato giunge il buio.

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