Lunga vita alla diversità

Brevi cenni biografici e letterari su Dino Campana, il poeta pazzo e vagabondo dei primi del Novecento.

di Caterina Conserva

In calce ai Canti Orfici, unica opera campaniana, si legge: «They were all torn and cover’d with the boy’s blood» ossia “Essi furono tutti lacerati e coperti con il sangue del ragazzo”. Queste parole finali, tratte da Song of Myself di Walt Whitman, sono definite dallo stesso Campana come «le uniche importanti del libro». Perché? Da dove sgorga questo sangue?

Tutta la sua esistenza è segnata indelebilmente dall’etichetta che nel suo paese natale – Marradi vicino Firenze – e in famiglia decidono di affibbiargli: “il matto”. La nomea nasce nel periodo dell’adolescenza, a causa dei forti scontri e delle furibonde liti con la madre (che arriva ad accusarlo di essere l’Anticristo), matura grazie alla soluzione intravista dal padre nella sicurezza delle istituzioni, ossia nel manicomio. Ma la parola “manicomio” è già viva nella loro storia familiare. A supportare la tesi della follia di Dino, infatti, c’è il fantasma dello zio Pazzo, Mario Campana, morto in manicomio appunto, costituente il precedente necessario a che si possa formulare la prima diagnosi di “demenza precoce” del 1906. L’epoca è quella che è: se un giovane predilige vagabondare per boschi e valli piuttosto che corteggiare le ragazze; se ha la tendenza a star da solo per scrivere o leggere invece che uscire con i suoi coetanei, addirittura saltando la scuola, allora è pazzo. In questo senso è un pazzo autentico fino alla morte (in manicomio). Probabilmente anche per uscire da quella realtà familiare opprimente, Dino amava vagabondare nelle zone vicine a Marradi, per avere il contatto con il profilo dei monti “dolce” ed insieme “severo”. Potrebbe definirsi un poeta en plein air, scriveva durante i suoi viaggi e pellegrinaggi, in versi e in prosa. Un senso di disarmonia e di esclusione si coglie in tutta la sua arte, da escluso parla dei suoi simili, degli emarginati nelle città, dei frequentatori solitari di bar e strade. In questo è vicino ad altri poeti esponenti dell’Espressionismo vociano. È impossibile trascurare la sua vicinanza al Simbolismo, che all’epoca si avviava verso il declino lasciando il posto alle avanguardie novecentesche. E questo costituisce indubbiamente un aspetto che lo differenzia dai suoi contemporanei. Edoardo Sanguineti, poeta e critico, ne esalta l’opera definendolo «uno dei pochi davvero grandi del nostro Novecento», inquadrandolo nella corrente dell’Espressionismo e dando rilievo alla rottura con i letterati del tempo.

Tra coloro che ne hanno demolito la fama vi sono proprio gli intellettuali di riferimento di quel periodo, i direttori delle riviste “Lacerba” e “La Voce”, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, che, in fondo, non lo considerarono molto di più di quell’appellativo che gli diedero: «l’uomo dei boschi», il «primitivo». Dino Campana non era compatibile con quel mondo, e non stentava a dirlo. Le sue lettere infuocate a Papini sulla valenza della rivista “Lacerba” testimoniano la non accettazione di «un’arte falsa e bastarda» serva della propaganda politica e sociale del movimento culturale in voga in quel momento: il Futurismo. Campana incarna l’ideale del Poeta “puro”, per dirla con Vassalli, non sottomesso a nessun editore o partito politico, e non quello del “grande” poeta del suo tempo, del Vate, la cui fama e importanza sono evidenti agli occhi di chiunque. Anzi, nel suo presente davvero pochissimi l’hanno sostenuto, hanno creduto nella sua arte. Irascibile, ostinato, inquieto, ma anche passionale, sensibile e visionario. Poeta di viaggio, poeta di prosa, poeta notturno. I suoi Canti sono “orfici” per l’alta concezione della poesia che Campana aveva, come momento di assoluta verità, come collegamento dell’io con la realtà e armonia del tutto. Perseguitato dalla famiglia, dalla realtà sociale che lo ha voluto pazzo sin da piccolissimo, alla fine pazzo lo è diventato davvero. Le numerose vicende della sua breve vita, il carattere assolutamente eccentrico con cui è stata stigmatizzata la sua storia, ne hanno ridotto il valore di poeta.

Il «ragazzo» oggi ha un posto tutto suo tra le pagine della letteratura italiana, pagine che, tuttavia, sono ancora macchiate del suo sangue.

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